la storia di Renzo

di Giovanni Piretto, Psicologo

Il silenzio di Renzo
Questa è la storia di Renzo (storia vera, nome di fantasia)

Questo è Renzo. 15 anni fa, quando l’ho conosciuto era così. (sul palco c’è un signore seduto su una sedia, perfettamente immobile, con lo sguardo fisso nel vuoto)

Renzo aveva 34 anni e viveva in una Comunità Psichiatrica
Era malato, soffriva di un Disturbo schizofrenico di tipo catatonico.

Vi dico alcune notizie sulla sua storia.
Renzo ha un’infanzia normale, famiglia normale con un padre, una madre, due fratelli; va a scuola, gioca a pallacanestro e suona il sassofono.
Frequenta le scuole superiori con discreti voti e poi si iscrive all’università: Facoltà di  Ingegneria.
Mentre sta preparando il primo esame, un giorno taglia da lezione, gironzola per la città senza una meta, torna a casa, si chiude nella sua stanza e lì ci rimane per tre anni.
Cos’è successo? Apparentemente nulla di particolare.
Nulla valgono le sollecitazioni e gli ordini dei genitori e dei medici. Niente da fare.
Viene ricoverato contro la sua volontà in ospedale, vengono fatti tantissimi esami, nulla, non si trova nulla che giustifichi questo comportamento.
Renzo non parla più, trascorre tutto il tempo, giorno e notte, coricato nel suo letto con gli occhi fissi nel vuoto. Si alza solo per andare in bagno, mangiare, fumare; non si cura più, non ha più nessun interesse. Lentamente il suo corpo si irrigidisce, non riesce più a girare la testa, spariscono le espressioni facciali.
Dopo tre anni viene ricoverato in una struttura sanitaria dove ottiene lievi miglioramenti.

Io lo conosco nella seconda Comunità, dove lavoro.
Renzo è in queste condizioni. Rigido e silenzioso.
Passa le giornate, o coricato o seduto su una sedia, immobile.
Se si siede all’aria aperta, in una zona d’ombra può succedere che, con il passare del tempo, arrivi il sole. Lui non si muove, sembra non accorgersi di nulla.
Dobbiamo essere noi ad invitarlo a spostarsi quando lo vediamo con la pelle rosso fuoco.
Non esprime emozioni.  Gli unici cambiamenti nei suoi comportamenti sono degli attimi in cui, improvvisamente, diventa paonazzo, cianotico in viso e poi si allontana, esce e cammina, cammina e noi a corrergli dietro a recuperarlo.
Renzo ha un’altra particolarità: non suda. Al sole diventa tutto rosso, ma non suda.
L’unica parte del corpo che suda sono le mani. I palmi delle mani sono costantemente ricoperti da un velo d’acqua. Se sta seduto ad una scrivania, immobile per più di 10 minuti, quando si alza, garantito che sulla scrivania lascia due pozze d’acqua. Per questo ha tutti i pantaloni sbiaditi sulle cosce;  a forza di asciugarsi le mani, l’acido del sudore ha stinto tutti i pantaloni.
Un giorno, guardandogli le mani, gli chiedo: “Renzo tu sudi. Generalmente chi suda è chi fa uno sforzo, un lavoro. Ma tu che sforzo stai facendo?”; e lui mi risponde: “Io provo Emozioni!”.

Mi propongono di iniziare dei colloqui con lui. Penso:“Ad uno che non parla e non interagisce? Mah! Comunque proviamoci!”.
E’ un incubo!
Provo a fare domande banali per stimolarlo a parlare. Niente, se non tre, quattro piccole frasi in un’ora. Mi prende il panico.
Avete provato voi a fare una domanda e poi stare ad aspettare la risposta che non viene, .. un minuto, due minuti, cinque minuti, … poi provate a fare un’altra domanda, … silenzio, oppure, improvvisamente, ricevere come risposta due, tre parole che non centrano assolutamente nulla con la domanda fatta. Decisamente frustrante.

Vorrei smettere ma lui è puntuale, si fa trovare all’ora stabilita e sembra che questi incontri gli facciano piacere. A lui però, non a me!
Non so cosa fare, finché un giorno, sono stanco, ho altro per la testa, non ho voglia di impegnarmi più di tanto. Penso: “Guarda, ti faccio una domanda, se hai voglia di rispondermi, bene! altrimenti pazienza, facciamo passare l’ora” Faccio una domanda, chiaramente lui non mi risponde e io inizio a pensare ai fatti miei.
Dopo 15 minuti Renzo mi risponde.
Ho un momento di disorientamento! Cosa succede?
Mi si accende una lampadina. Ripercorro i colloqui passati. Vuoi vedere che le risposte che mi dava non erano sull’ultima domanda ma sulla prima? ….. Era proprio così!
Renzo aveva dei tempi di reazione lentissimi, le sue risposte erano adeguate ma con tempi biblici.
Capito questo era necessario che sincronizzassimo i tempi. Dovevo trovare il modo di rallentare anch’io, mettermi sul suo stesso ritmo. Dovevo riuscire a porre la domanda e poi non avere fretta della risposta ma stare semplicemente lì ad aspettare, a stare, a lasciare il tempo necessario per la risposta.
Siamo riusciti a fare dei colloqui di un’ora con 4-5 domande e risposte! Gl’incontri, però, non erano più frustranti ma diventavano decisamente piacevoli.
Era un momento di tranquillità, era uno spazio riservato per noi.

Iniziamo a fare delle ipotesi sulle sue condizioni: Renzo, a causa della sua malattia, è una persona che non riesce più a regolare l’intensità delle sue emozioni. Non è più capace di modularle. Quando prova qualsiasi emozione, dalla tristezza, alla gioia, alla rabbia, le prova sempre a volume massimo e questo lo devasta.
La sua strategia per riuscire a gestire queste situazioni, è quella di cercare di spegnere il corpo e la mente. Le emozioni sono alimentate dagli stimoli che arrivano dall’esterno (dispetti di altre persone, arrivo di una bella, attraente ragazza, …) o dai pensieri (ricordi, giudizi, …). Questi stimoli provocano delle reazioni nel corpo che attivano le emozioni.
Renzo ha tentato di bloccare tutto questo trasformando il suo corpo in un corpo insensibile, di legno e cercando di zittire, o almeno di rallentare la mente in modo da vivere il più possibile nel silenzio.

Visto in questo modo il silenzio diventa piacevole, è l’assenza di agitazione, di confusione, l’assenza di caos.
E’ il piacere della quiete che possiamo provare tutti dopo due ore di concerto o dopo una partita allo stadio.

Lentamente Renzo migliora, diventa più attivo, saluta, le frasi sono più lunghe.
Inizia ad essere più selettivo nelle scelte. Non si siede più nello stesso posto ma cambia a seconda della giornata, sembra che scelga la postazione migliore; si interessa a piccole cose, sfoglia il giornale.
Sembra che stia riprovando a gestire piccoli stimoli, sensazioni leggere.

Un giorno di sole di primavera arrivo e lo trovo seduto fuori dalla Comunità su una panchina al sole. Arrivo, lo saluto, mi siedo vicino a lui e, come sono abituato con lui, rimango in silenzio e sto, semplicemente sto. Dopo alcuni minuti succede una cosa straordinaria. Cessano le preoccupazioni della giornata e improvvisamente mi accorgo di come sto bene in quel posto. Improvvisamente percepisco la piacevole brezza del vento primaverile, sento il calore del sole sulla pelle, vedo gli alberi che stanno mettendo le prime foglie, vedo il gioco bizzarro di un foglio di carta gettato per terra e spostato dal vento.
Dopo un po’ mi rivolgo a Renzo e gli dico: ”Ti ringrazio del bel momento che mi hai permesso di vivere. Sai, a te il silenzio piace, ma anche a me piace. Io però ho un mio luogo privilegiato per il silenzio. E’ la montagna. Tu mi hai permesso di sperimentare il tuo, se ti fa piacere io ti faccio sperimentare il mio”.

Due mesi dopo eravamo, noi due, in cammino verso il rifugio Pontese in Val di Piantonetto con l’obiettivo di passare una notte in rifugio.

Per chi non conosce la zona è una passeggiata di circa 40 minuti con una prima parte in piano a fianco di un lago, per poi salire con un bel sentiero al pianoro dov’è collocato il rifugio, con un dislivello complessivo di circa 300 m.
Ora, generalmente io vado in montagna con persone abituate a camminare. Non ero preparato ad andare in montagna in questo modo.
Renzo non era allenato a camminare su un sentiero accidentato. A causa delle sue rigidità posturali camminava con molta lentezza, molta cautela. Dopo 10 minuti era già fermo per fumarsi una sigaretta, rimaneva fermo per minuti ad osservarsi attorno.
Dopo mezz’ora, due sigarette fumate e neppure iniziata la vera salita, io iniziavo a friggere, a scalpitare; iniziavo a far pensieri su come buttarlo nel lago.
Poi mi sono detto: “Calma! Fai come per i colloqui, prendi il suo ritmo!”. Poco per volta mi sono quietato ed ecco che il sentiero, percorso decine di volte, diventa un nuovo sentiero.
Sapete quant’è grande, viva la pozza d’acqua piena di girini all’inizio della salita? Avete visto quanti e quali lavori di manutenzione sono stati fatti sul sentiero? La differenza di vegetazione tra la parte vicino alla parete e quella più esterna? Tra la parte ancora con le piante e quella senza le piante?
Quel percorso lì l’ho fatto decine di volte ma non ho ricordi particolari di quel sentiero; Ma se penso a quella volta ricordo i colori, gli odori, il rumore dell’acqua e del vento, la forma di alcune pietre.
Mi ricordo una sensazione particolare: mi sentivo già “pieno”. Ora, per me l’avventura inizia dopo il rifugio, le sensazioni, i ricordi da conservare  sono per la meta oltre il rifugio. In quel momento, invece, mi sembrava già di essere pieno.

Dopo 3 ore, arriviamo al rifugio. Ci siamo solo noi. Posiamo gli zaini in camera e poi invito Renzo a ritornare fuori per sederci sulla panca, che c’è sulla facciata del rifugio, a guardare il lago, le montagne e, con mia grande sorpresa, lui si siede, sì, su una panca, ma con lo sguardo rivolto alla grande parete di pietra del rifugio; tutto il suo campo visivo è occupato dal muro del rifugio.
Sto per riprenderlo, per invitarlo a girarsi e poi mi trattengo perché rimango colpito dal suo sorriso. Lui sta bene, è contento, basta così, non desidera altro. Per lui la salita è stato tanto, rischia di diventare troppo. Ha bisogno di ridurre gli stimoli per un po’ di tempo. Si sta godendo le sensazioni accumulate, le sta lentamente digerendo, assaporandole.

Ero io, siamo noi che non ci basta mai, che tutti gli stimoli li ingoiamo quasi senza masticarli, famelici di prenderne altri.
Abbiamo sviluppato la capacità di mangiarli e, scusate la licenza poetica, di cagarli immediatamente dopo, senza dare neppure il tempo al nostro corpo, alla nostra testa di sentirne il gusto, di assimilarli e, cosa più importante, di ricavarne nutrimento.
E non basta mai, mangiamo, mangiamo e continuiamo ad aver fame, siamo condannati a ingoiare continuamente per tutta la vita.
E gli stimoli devono essere sempre più forti, più intensi, continui per sperare di sentirne almeno un po’ il gusto.

Ecco perché considero Renzo uno dei miei maestri, perché mi ha insegnato che per godere delle cose non c’è bisogno di grandi avventure, di grandi stimoli,… c’è bisogno di tempo,…. c’è bisogno di reimparare a masticare (da piccoli lo facevamo molto bene!), prendersi i tempi giusti, non aver fretta di ingoiare ma assaporare i particolari, i dettagli.
Ecco che allora il mondo, la quotidianità si riempie di stimoli in grado di risvegliarci fantastiche emozioni.

Grazie

Giovanni Piretto

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22 luglio 2018
Ricevo da Giovanni Piretto una testimonianza relativa ad un fatto accaduto nella sua esperienza professionale.
Giovanni è uno psicologo dell'ASL TO4 di Chivasso che ha lavorato per diversi anni all'interno di una Comunità Protetta.
Si tratta di uno scritto “profondo ed interessante”, che mi ha fatto molto riflettere, nel quale la montagna diventa il palcoscenico su cui si sviluppa e cresce il rapporto fra i due protagonisti.
Buona lettura a tutti e buone camminate insieme in montagna
Domenico Alessio

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